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POESIA FENICEA


Pisa, 15 gennaio 2009



        Capita che guardi e veda acqua. Le ombre dell’Arno si muovono dentro di me dove si trova sempre presente una dimensione parallela a quella del vivere giorno per giorno. L’acqua è una forza che mi perseguita e mi spezza la schiena, si nasconde ma alle volte fa di tutto per emergere in maniera prepotente sotto forma artistica: una sorta di ribellione e riscatto, una potenza vitale che mi rende elettrico come una gatta prima di mangiare. Nella sua voce si nasconde rabbiosa una disperazione fatta arte. Altri poeti hanno preferito scorciatoie, mezzucci per allietarsi l’esistenza, ma hanno finito per produrre una falsa forma di bellezza. Se sei poeta non sei facchino o imprenditore, non sei avvocato, impiegato o macellaio. Sei ladro. Un ladro che ruba dissonanze dentro le perfette costruzioni della mente. E mentre la notte mi invade con una continua richiesta di morte e di rinascita, lo spirito mi viene addosso in una vestaglia di raso rosso e il suo calore è più appagante di mille vittorie. Non abbiamo bisogno di una vita cauta ed infelice. Non abbiamo bisogno di una felicità vuota alla quale tutti possiamo ambire. Abbiamo bisogno di sentire. Di emergere. Per le strade noi vaghiamo oltre l’istinto in situazioni ai limiti della percezione, in luoghi apparentemente sconosciuti dove bruciamo, bruciamo sempre insieme a moschee piene d’odio e a cattedrali dorate che inneggiano falsi dogmi. Adesso che stiamo per scrivere l’anima della notte giunge e si mostra subito irrequieta. La notte ci invidia.



Nessuno è in grado di accedere alla propria realtà interiore senza avviare un processo di conoscenza profonda che inizia quando lo spirito s’impone sulla rozzezza della materia.


La poesia fenicea scaturisce dalla tensione prodotta dall’uomo-poeta che urta la materia e si oppone alla mediocrità che non vede prigioni.


Lo sforzo creativo dell'uomo supera tutte le prigioni della mente costruite sotto il comando impietoso della paura attraverso una differenziazione dell’individuo dallo status quo.


Il feniceismo rappresenta un movimento artistico di rottura verso quei comportamenti che preservano la propria natura dal distruggere le certezze mai discusse, sviluppando nel poeta una ricerca intuitiva che affonda oltre l’assetto consolidato dell’ordine sociale.


Gradino dopo gradino il poeta si inoltra al di sotto della soglia del logico per superare gli argini dell’essere statico e le allucinazioni indotte dalla falsità del vivere: egli è nella oscurità, oltre i simboli del giorno, dove è il baratro in cui si trova originario ed intatto un personale senso di verità.


La sensibilità di questi scrittori della vertigine si muove verso la scaturigine del bene e del male

che compare dentro di sé.


Il potere di penetrare tra le ombre dell’esperienza li rende abili a trascendere il visibile; essi stracciano le vesti alla bellezza per imbattersi in quella verità che solamente il corpo ha il potere di raccogliere, nascondendola.


Sudore bile lacrime seme sangue plasmano il suono di un nuovo lirismo che non indietreggia al buio,

anzi lo attraversa nel segno di un linguaggio ruvido e non uniforme.


I poeti fenicei sono deliranti uccelli senza respiro che trapassano le vette del meraviglioso e profanano

le profondità del fantastico1 per rivelare l’oscenità di una forma di coscienza primordiale.


Tutti  quelli che creano senza sapere il motivo, tutti gli invisibili, gli emarginati e gli inconsapevoli che  vivono l’arte come una possibilità di redenzione, che rimuovono l’illusorietà dalla finzione poetica e non sanno ancora a cosa appartengono, fanno parte di questo movimento e sono detti poeti della fenice.


Istintualità, intuizione e irrazionalità sono le caratteristiche peculiari di una "poetica del marginale" 

che contraddistingue, artisticamente, coloro i quali  riescono ad inoltrarsi al di là dei limiti posti

dalla razionalità del pensiero cosciente.


Il mondo ama l’arte ma odia l’artista che afferma la sua unicità su ogni metodo e tecnica.


Chi non vive la condizione di diversità non può capire quella dimensione eroica dell’esistenza

che traduce la frantumazione della regola nella formazione di uno stile

che aderisce alla più autentica individualità.


L’artista si denuda senza compiacersi. Mettere il trucco sopra i volti non è suo affare.


Se sapesse farlo non riuscirebbe ad abbracciare l’Osceno.

L’esercito della scimmia è contro di lui, l’umanità lo ripudia.